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Chiesa e convento di S. Francesco
Testi a cura del Prof. Fernando Pasqualone  maggiori info autore
 
Comvento di San FrancescoProbabilmente e citata nella bolla di Pasquale II del 1115 come S. Maria in Eloreto (=Laureto); altre fonti riportano la denominazione di S. Maria extra moenia o extra muros, in quanto la chiesa sorgeva al di fuori della prima cinta muraria, situata più in alto, all'incirca in linea col Palazzo Ducale. Purtroppo, nulla e rimasto visibile di tale primitiva costruzione, in quanto la chiesa venne radicalmente ricostruita e dedicata a S. Francesco nel corso del XIII secolo, anche se e estremamente difficile precisare la data di tale intervento. In un Diurno del XV secolo, un tempo conservato nel convento ma rubato nel 1973, era riportata una scritta di Girolamo de' Jacobutiis (Jacobucci), nativo di Tagliacozzo e vescovo di Veroli, secondo la quale l'altare maggiore della chiesa sarebbe stato consacrato il 20 novembre 1233. 
  
La notizia va presa con estrema cautela, potendo il documento essere un apocrifo, ma altre citazioni in bolle pontificie confermano la presenza di un cantiere francescano attivo nel XIII secolo. Un'altra notizia riportata dagli storici locali, secondo cui lo stesso S. Francesco avrebbe soggiornato in Tagliacozzo, sembra palesemente dettata da amore di campanile, mentre appare almeno probabile che, se non dell'edificazione, dell'insediamento di una comunità francescana presso la chiesetta di S. Maria possa essersi interessato il Beato Tommaso da Celano. Ad ogni modo l'inizio della costruzione si può situare intorno alla metà del secolo, se in una bolla di Innocenzo IV del 17 giugno 1252 venivano concesse indulgenze a coloro che avessero contribuito al finanziamento dei lavori; tutto quindi a non grande intervallo di tempo dall'edificazione delle grandiose chiese francescane di Assisi (S. Francesco e S. Chiara) che servirono da modelli, come appare evidente dalle somiglianze delle piante e delle strutture architettoniche. 
  
Nel corso dei secoli XIV e XV chiesa e convento poterono giovarsi dell'appoggio degli Orsini, come prova il fatto che due Cardinali di tale famiglia (Jacopo e Giovanni) vi erano sepolti, e molti oggetti preziosi (qualcuno ancora conservato) provengono presumibilmente dalla stessa famiglia. Del resto, anche i Colonna non lesinarono i loro favori ai francescani, come vedremo parlando degli affreschi dell'androne. Tra la fine del '500 ed i primi del '600 il complesso subì una radicale ristrutturazione. In particolare il convento fu ampliato e le mura irrobustite con contrafforti; fu costruito il chiostro al centro del quale fu ricavata la cisterna col pozzo, sull'intradosso del cui architrave la data 1692 indica la conclusione dei lavori (in origine il chiostro presentava anche, al di sopra del portico, il loggiato, chiuso poi per ricavarne stanze per i religiosi); furono affrescati la volta dell'androne e le lunette, nel 1608. Nel 1647 si verificarono i fatti relativi al miracolo di S. Antonio di Padova. 
  
Nel corso del XVIII secolo l'interno della chiesa fu totalmente barocchizzato, secondo uno stile (almeno a giudicare dalle fotografie) gradevolmente rococo, anche se totalmente estraneo allo spirito della primitiva costruzione. La data di due pale d'altare (1755) può costituire un sicuro terminus ante quem. Furono realizzati altari laterali in stucco, le pareti della navata, i pilastri e persino i costoloni furono rivestiti di stucchi policromi, dappertutto sui muri, sui capitelli e sull'altare maggiore una profusione di angeli in volo, motivi vegetali e dorature. La soppressione degli istituti religiosi decretata dal Bonaparte nel 1809 porto alla chiusura della chiesa e del convento, che furono adibiti prima ad uffici comunali e poi a scuole. Ma la conseguenza più nefasta dell'allontanamento dei frati fu la quasi totale dispersione dei quadri, degli oggetti e libri d'arte che i francescani avevano ricevuto in dono e gelosamente (ma anche intelligentemente) conservato. 
  
Il restauro (ultimato intorno al 1960) ha provveduto ad eliminare totalmente il rivestimento barocco, restituendoci una chiesa la cui immagine e indubbiamente più vicina all'idea comune di quella che dovrebbe essere la primitiva semplicità delle chiese francescane, ma che e pur sempre il frutto di una scelta individuale, e rispecchia pertanto i gusti e le inclinazioni di un singolo. Comunque, il ritorno dei padri alla guida del complesso e un fatto indiscutibilmente positivo. Anche l'agile campanile e stato restaurato nel 1970, ma con criteri d'intervento più scientifici. 
  
La facciata (che domina la piccola e deliziosa piazzetta) si ispira anch'essa a modelli umbri: e spartita in tre fasce orizzontali da una cornice marcapiano a palmette e fiori stilizzati e da una successione di archetti pensili a sesto acuto su mensoline con rosette, gigli, angeli, protomi umane, stelle, palmette, ecc. il paramento murario e in conci rettangolari di una pietra dal bel colore rosato. Il portale rielabora un tipo molto frequente in Tagliacozzo (Annunziata e Soccorso) e quindi può essere datato alla seconda meta del '400. Le colonnine sono bipartite da anelli (bagues) circolari o poligonali e nella parte inferiore sono lisce, in quella superiore fantasiosamente lavorate a spirale o intrecciate a spina di pesce. I capitelli presentano decorazioni a foglie oppure uccelli stilizzati (pavoni?) con il collo ritorto cosi da affiancare le teste ai crochets intermedi. Nel capitello dello stipite destro le teste degli uccelli si fondono in un crochet che si trasforma fantasticamente in una protome umana sorridente (una sorta di "luna piena"). 
   
L'architrave e liscio, l'arco di scarico ogivale presenta la sola cornice esterna sagomata a foglie. Sopra il portale, oltre l'agnello mistico, si apre il grande rosone, uno dei capolavori della scultura architettonica di gusto gotico in Abruzzo. Esso e costituito da sedici colonnine poligonali, convergenti su una corona centrale traforata e sostenenti archetti trilobati a tutto sesto, n loro volta intercalati e contrapposti con altri archetti trilobati poggianti sulla prima circonferenza esterna; quest'ultima e decorata con fiori (le rose degli Orsini?), la seconda con una treccia a spina di pesce e gigli, la terza e costituita da lastre sporgenti sagomate a foglie. I tre giri sono progressivamente aggettanti. Il rosone e molto simile a quello di S. Maria della Tomba a Sulmona, che ne differisce per la forma degli archetti e altri particolari ornamentali. Sopra il rosone, all'interno di uno spazio quadrilobato, era ospitato lo stemma degli Orsini, scalpellato dopo l'avvento dei Colonna. La facciata ha una conclusione a capanna, in genere ritenuta un'aggiunta posteriore. 
  
L'interno consta di una sola navata divisa in tre campate pressoche quadrate coperte da volte a crociera e con i semipilastri ritirati sulle pareti per lasciare sgombra l'aula. La chiave di volta della prima crociera reca la data 1533. Il presbiterio e rialzato rispetto alla navata: la prima campata (dov'e l'altare), presenta sui lati due grandi arconi che "suggeriscono" il transetto, irrealizzabile per mancanza di spazio (evidentemente, la via che fiancheggia la chiesa sulla sinistra era gia esistente e praticata). Le altre due campate del presbiterio sono ancora più rialzate e si collegano con altre due sulla destra; le rispettive volte a crociera impostano in mezzo su un pilastro cruciforme isolato che palesa tutta la perizia tecnica dei costruttori (queste quattro campate sono infatti rettangolari, e diverse tra loro sia per forma che per dimensioni). 
 
E' proprio in questa zona che si può apprezzare meglio il carattere gotico della costruzione, con il pronunciato verticalismo delle nervature. L'interno e notevole anche per le numerose opere d'arte che vi sono conservate. Nel transetto sinistro da notare una tavola raffigurante la Madonna col Bambino, la madre dei figli di Zebedeo ed appunto i figli Giacomo e Giovanni a destra, e a sinistra S. Marin Maddalena (con davanti il vaso per l'unguento) e S. Giovannino. La Vergine e seduta su una nube e inserita in un'aureola dorata mentre due angeli in volo le depongono sul capo una corona da cui pendono due festoni; sui lati sei angeli musicanti. Le iscrizioni sono: in basso a sinistra MATER FlLIOR[UM] ZEBEDEI; - sul libro aperto al centro: DNE DIC UT / SEDEANT HII / DUO FILII MEI 1 UNUS AD DEXTERA / TUA ET ALIS // AD SINISTRAM / I REGNO TUO. sull'orlo della veste della Maddalena: S[AN]C[T]A MARIA MAGDALENA ORA PRO NOBIS. L'opera dovrebbe risalire ai primi del XVI secolo; l'attribuzione a Francesco da Montereale non e del tutto soddisfacente. 
  
Nel transetto destro un grande quadro raffigura il miracolo di S. Antonio che salva Tagliacozzo dalla distruzione ad opera delle truppe del vicere di Napoli. Il quadro e firmato e datato: N.la [= Nicola] Corsibono 1889; il Corsibono. ha uno stile in cui elementi accademici si sovrappongono ad una cultura da autodidatta. Lavoro in Tagliacozzo tra il 1888 ed il 1914. La statua del santo (in una nicchia sulla parete della terza campata) e preziosa opera del XVI secolo, in legno intagliato e dipinto, purtroppo parzialmente guastata da restauri e ridipinture incaute. Nell'urna sulla sinistra sono conservate le spoglie del Beato Tommaso da Celano, primo biografo di S. Francesco, che mori nel convento delle Clarisse di Val de' Varri e la cui salma fu traslata nella chiesa di S. Francesco nel 1516, essendo il convento insicuro a causa dei continui saccheggi. Sull'altare e posto un Crocifisso ligneo, pregevole opera del XVI secolo.
  
Nelle campate retrostanti il presbiterio sono ora collocate numerose pale, che un tempo ornavano gli altari barocchi. Quattro sono opera di uno stesso artista, Giuseppe Ranucci, allievo di Sebastiano Conca: 
1) Transito di S. Giuseppe, firmato e datato lOSEPH RANUCCI INVEN ET PINXIT 1755; 
2) S. Giuseppe da Copertino e S. Gaetano da Thiene; 
3) Madonna assunta tra S. Barbara e S. Margherita di Scozia; 
4) Madonna dei Bisognosi tra S. Pio V e S. Francesco, firmato e datato IOSEPH RANUCCI INVEN ET PINXI[T] 1755; sulla fascia retta dall'angelo: S. MARIA AEGENUM (?) MONTIS PERETI. Notevole anche un dipinto con S. Chiara, ora nella finestra in alto sulla parete di fondo. Nella sagrestia un monumentale armadio datato 1607. Nel vano centrale e ospitata una tavola dipinta sulle due facce: il 1nto frontale presenta la Vergine Assunta tra angeli con in basso lo stemma di Tagliacozzo; sul lato posteriore il Salvator Mundi ed in basso lo stemma dei Colonna. L'opera, di pregevole fattura, e della fine del '400 o dei primi del '500, ma i due stemmi sono stati aggiunti in epoca posteriore, forse nel XVIII secolo. 
  
Di fronte un altro mobile da sagrestia, meno grandioso e pregiato. Tra i dipinti spicca un S. Antonio di Padova del XVII secolo, dalla accesa tavolozza. 
Il portale d'ingresso più antico al convento, con arco a sesto acuto, e a lato della facciata della chiesa. Tra la fine del Cinquecento ed i primi del Seicento fu costruito quello tardo-rinascimentale oggi utilizzato per accedere al chiostro. L'androne ha una volta a botte affrescata con l'albero genealogico dell'ordine francescano, cui si appoggia lo stesso Santo a significare in Lui l'origine dell'ordine. A fianco i suoi primi "frati" sullo sfondo di una veduta paesaggistica (con larga parte di fantasia) di Assisi e della sua vallata. Nella lunetta figure allegoriche e lo stemma dei Colonna, ripetuto sulla lunetta opposta, dove si leggeva anche la data 1608, ora scomparsa. 
  
Il chiostro ha pianta leggermente trapezoidale, ed e circondato da un portico a pilastri quadrati. Nelle lunette due pittori (uno e lo stesso dell'androne) narrarono la vita del Santo nei suoi momenti più significativi. Lo stile e piuttosto monotono e piatto, ma le scene (ispirate alla Leggenda Maggiore di S. Bonaventura) non mancano di commossa e sincera poesia. Inoltre, il pittore che ha realizzato la gran parte delle lunette mostra una forte predilezione (e un'indubbia abilita) per le prospettive architettoniche complesse e teatrali, per cui si può pensare che abbia avuto formazione di scenografo e quadraturista. Ogni lunetta contiene da uno a tre episodi; i versetti nel cartiglio uniscono alle immagini un commento esplicativo; in basso sono degli stemmi (si riconosce solo quello dei Resta). Probabilmente si era pensato di finanziare il ciclo sollecitando per ogni lunetta la committenza delle maggiori famiglie del luogo. Il lato dal portico aderente alla chiesa nel 1874 fu murato e trasformato in mensa per i disagiati; due lunette furono distrutte e sostituite con lo stemma di Tagliacozzo e con un'allegoria delle arti e professioni liberali. 
Sul lato nord due eleganti bifore gotiche indicano la parte più antica del convento. 
  
 

 

Testi tratti dal libro Tagliacozzo Guida Storico-Artistica
 

 
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