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Grandezza e decadenza della Caput Marsorum
Testi a cura di Franco Salvatori
Pur essendo situata in posizione  eccentrica rispetto al Fucino, cuore della sub-regione marsicana, Tagliacozzo, dopo l'affievolirsi del predominio di Celano e prima della rapida crescita della centralità di Avezzano, ha esercitato per oltre 5 secoli (dal XIV al XVIII) un ruolo di primo piano nell'organizzazione territoriale della Marsica, costituendone, anzi, la principale jpopolarità urbana e il centro guida riconosciuto. Lo spostamento del baricentro sub-regionale, da Celano a Tagliacozzo, coincise con la penetrazione in terra abruzzese delle potenti famiglie nobiliari romane che fece seguito all'avvento degli Angioini a , Napoli, con il concorso del Papato, e alla decadenza della feudalità "locale" legata agli Svevi. In tale prospettiva il vantaggio localizzativo di Tagliacozzo nei confronti di Celano, risultava evidente in ragione della sua posizione frontaliera con i possedimenti della Chiesa, a controllo della via di collegamento tra Roma e gli Abruzzi. 
 
Ma, al tempo stesso, proiettata verso l'entroterra della conca fucense a dominio dei Piani palentini,il pianoro alluvionale dall'Imele, il cui corso origina nello stesso centro di Tagliacozzo. Piani dalla considerevole ampiezza relativa, se rapportata alla angustia degli spazi inframontani abruzzesi, anche se dalla difficile regolazione idraulica, che trassero un impulso non indifferente alla loro valorizzazione agricola delle innovazioni introdotte dai monaci cluniacensi, giunti anch'essi nella regione al seguito degli Angioini e insediatisi proprio al centro dei Piani (Convento di Santa Maria della Vittoria), oltre che a monte di Tagliacozzo (località Verrecchie). Celano di converso, pur dominando lo spazio lacuale, non disponeva di un intorno agricolo altrettanto vasto, potendo contare soltanto sul Piano di Porchiano, di modesta estensione, spesso soggetto alle enondazioni del lago e in potenziale concorrenza con la nascente centralita di Avezzano, infeudata agli Orsini cosi come lo era Tagliacozzo. Celano, inoltre, vedeva ridurre il suo ruolo a controllo del transito verso la conca dell'Aquila. 
  
Infatti, quando l'asse interno tra Spoleto e Benevento (privilegiato dall'età longobarda all'epoca dell'impero) perse importanza a vantaggio dell'antico percorso della Valeria ( a causa della riacquisita centralità politica di Roma), decadde la funzione della "via degli Abruzzi", che transitava per la conca dell'Aquila. Il mutato ruolo territoriale assunto da Tagliacozzo, a partire dal XIV secolo, e ben evidenziato dalla sua struttura topografica che, in quel periodo, superata la primitiva cinta muraria vide giustapporsi all'antico nucleo, senza soluzione di continuità nel costruito, ma con una chiarissima cesura di tipo funzionale e sociale, il nuovo borgo, gravitante sul complesso di edifici "direzionali" costituito dai monasteri benedettini dei santi Cosma e Damiano, da quello francescano e dal Palazzo Ducale (la cui costruzione iniziata dagli Orsini già nel 1325 fu successivamente completata dai Colonna quando questi, nel 1497, subentrarono agli stessi Orsini), anche se vecchio e nuovo borgo finirono assai presto ricomposti in formale unita morfologica, con la costruzione, nel 1410, della nuova cinta muraria ad opera di re Ladislao.
  
Il borgo primitivo ha una chiara connotazione di centro stradale, essendo tutto raccolto attorno al tratto della via Valeria che costeggiava a solatio la tenditura del Monte La Difesa, ultima propaggine del Monte Bove, valicato il quale detta via si immetteva verso il piano e la conca del Fucino. L'abitato costituiva una unita funzionale con la rocca che lo sovrastava ed assumeva esso stesso un ruolo di controllo dei transiti. La sua origine, incerta, ma quasi sicuramente non anteriore al VI secolo, traeva dunque dal sito la sua ragione d'essere. Ugualmente, è da collegarsi allo stesso sito l'esistenza dell'eremo di San Cosma in Hèleritum (poi San Cosma in Silvis) anch'esso risalente al V-VI secolo, forse ad opera dei monaci greci Basiliani e successivamente passato ai Cassinati, come potrebbe desumersi dalla titolazione ai santi medici greci Cosma e Damiano, anche se in epoca recente, del complesso religioso che ha sostituito l'antico eremo. 
  
La rocca e l'eremo, niente affatto in contrasto ma in reciproca connessione, hanno costituito gli elementi strutturali di aggregazione originaria, anche se, affievolita via via la funzione del primo, ha assunto rilievo crescente il secondo, fino a divenire il cuore topografico della "nuova" Tagliacozzo ed uno dei centri decisionali della città, come e ben manifestato dall'imponenza e dall'incombenza del manufatto architettonico che costituisce il complesso conventuale benedettino anzidetto. Tale complesso ha contribuito in modo decisivo all'assunzione del ruolo di centralità dell'abiatato. Al nuovo centro si ricongiungeva funzionalmente il borgo vecchio, sorto extra rnoenia gia nel XIII secolo, addossato al corso dell'Imele per lo sfruttamento delle acque ai fini produttivi. Qui troveranno sede gli opifici del feudatario (gualchiere, ramerie, molini), e si verranno aggregando, via via, a partire dal XVI secolo, nuovi corpi edificati sempre di buona fattura architettonica, con funzioni, di rappresentanza delle famiglie di nobiltà di sangue o di toga che prosperavano all'ombra del feudatario e che si avvantaggiavano dal doppio raccordo con Roma e con la Corte napoletana. 
  
Questi nuovi sviluppi edilizi, tutti ricompresi nell'ambito della cinta muraria, hanno trovato come punto focale la piazza del mercato (oggi dell'Obelisco), che si apre verso la porta inferiore della città, e che, con la definitiva sistemazione intervenuta agli inzi del XIX secolo, sancisce il suo ruolo topografico di centro cittadino e testimonia del preminente ruolo urbano mercantile ormai assunto da Tagliacozzo. Con le edificazioni operate a cavallo del XVIII e del XIX secolo si interrompe l'espansione dell'abitato, che rimarrà conchiuso nella cinta muraria quattrocentesca fino agli esordi di questo secolo. 
 

La progressiva periferizzazione 

L'accresciuto ruolo nell'organizzazione territoriale della Marsica, di cui fu investito Tagliacozzo a partire dal XIV secolo, sino ad assumere le funzioni di centro guida, comporto un notevole riverbero sul piano delle attività esercitate, della qualità delle strutture residenziali, del genere di vita della popolazione che si espresse nei modi propri del genere urbano. Valga a questo proposito la testimonianza di Edward Lear, viaggiatore inglese che, secondo la moda "romantica" del viaggio in Italia, ma allontanandosi da quello che era l'itinerario consueto in quelle circostanze, percorse l'Abruzzo tra l'estate e l'autunno del 1843 e soggiorno a Tagliacozzo per alcuni giorni di mezz'agosto. Le annotazioni del Lear ci dicono infatti nella inaspettata qualità urbana del luogo e dei suoi abitanti, specialmente se raffrontata con il contesto regionale appena visitato. Cosi come ci informano dell'esercizio, da parte di Tagliacozzo, di una considerevole capacita attrattiva su un hinterland abbastanza ampio, sia per dimensione demografica, sia per distanza. Eppure la città, gia da qualche decennio, aveva iniziato a percorrere il tratto declinante della sua parabola storica. 
  
Il declino coincideva con la fine dell'ancient regime e con ciò che tale evento aveva comportato: abolizione della feudalità e razionalizzazione delle strutture statali, chiusura delle terre comuni e prima soppressione degli ordini religiosi, crisi dell'allevamento transumante e di ogni altra forma di organizzazione tradizionale dell'attività produttiva e di servizio. Per Tagliacozzo, l'insieme di tali processi segnava, infatti, il venir meno della ragione geografica e della motivazione sociale della sua ascesa nell'organizzazione del territorio: la frontiera tra Stato della chiesa e il Regno di Napoli, prima assai permeabile e tale da costituire una sorta di zona franca tra le due entità politiche, gia a partire dalla parentesi dell'esperienza bonapartista si era andata progressivamente ispessendo e irrigidendo. Ispessimento non rimosso ed anzi accentuato dalla Restaurazione, con il tentativo del Regno di Napoli di ristrutturare su basi di maggior controllo ed efficiente razionalità l'organizzazione territoriale dello Stato. In conseguenza di ciò, la città dismetteva ogni carattere di cerniera e le famiglie notabili vedevano recisi i cordoni che le collegavano a Roma e a Napoli. 
  
Di li a poco, del resto, la trasformazione liberale della struttura sociale della Penisola arriverà a realizzare il disegno dell'unita nazionale, la frontiera tra lo Stato della Chiesa e il Regno delle Due Sicilie cadrà definitivamente e Tagliacozzo perderà anche la funzione residua di città confinaria. Sara questo comunque l'avvenimento a scala nazionale che segnerà il definitivo passaggio del ruolo di centro-guida ad Avezzano, la quale oltre tutto si avvarrà dei vantaggi del contemporaneo prosciugamento del Fucino. L'opera del Torlonia, infatti, procurerà ad Avezzano il più vasto e fertile umland dell'Abruzzo interno realizzando le condizioni per l'avvio di quel processo di accumulazione capitalistica e delle strutture territoriali (la popolazione raddoppierà tra il 1861 e il 1911) che risultano conformi alle nuove condizioni sociali ed economiche del Paese. Processi che subiranno una ulteriore accelerazione dal disastroso evento sismico del 1915, non tanto per l'afflusso di mezzi finanziari tutto sommato modesti quanto per lo scossone impresso alle strutture tradizionali e la carica innovativa legata alla ricostruzione. 
  
Il declino di Tagliacozzo, peraltro, non avrà un riscontro immediato ed evidente, ad esempio nella dinamica della popolazione che anzi manifesterà un ritmo di accrescimento sostenuto anche nel corso della seconda meta dell'Ottocento (7.741 residenti nel 1861; 10.022 nel 1911). I segni della crisi vanno rintracciati nell'incapacità di riprodurre o semplicemente mantenere in efficienza il capitale fisso sociale, generando un degrado del patrimonio architettonico monumentale cui soltanto in questi ultimi anni, e solo per iniziativa pubblica, parzialmente e con fatica si sta cercando di porre rimedio. I segni della crisi, inoltre, vanno rintracciati nella incapacità della comunità locale di produrre un disegno culturale in grado di far fronte alla trasformazione, sviluppando ipotesi di crescita coerenti con il mutato quadro territoriale e sociale. La comunità locale in definitiva, assieme alle funzioni decisionali, perderà la capacita di concezione tipica del genere di vita urbano ed involverà verso standards sempre più prossimi alla ruralità. Crisi di ruolo, pressione demografica e ruralizzazione tuttavia daranno ben presto luogo ad un fenomeno migratorio crisi svilupperà tardivamente rispetto ad altri centri marsicani, ma che una volta avviato, raggiungerà una consistenza ragguardevole. Di conseguenza il comune, che aveva sperimentato un primo massimo proprio nel 1911 ' (10.022 ab. res.), solo ne! 1915 raggiungerà di nuovo quel livello che resterà il massimo storico del popolamento raggiunto. 
   
Testi tratti da il periodico RADAR ABRUZZO
 
 
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